sabato 19 settembre 2009

Lettera di Gerardo Grifo

Sabato XX marzo XXXX

Non mi chiedo in questo momento se scriverti sia la cosa giusta o meno: così accade, ogni muro è abbattuto, sebbene con la prudenza obbligatoria; nel caso opportuno, potrei anche decidere di non inviare mai questa lettera.
I giorni si rotolano l’uno addosso all’altro e, per carità del caso, ci si può comunque prendere alcuni minuti per abbandonarsi innocentemente fra le fusa del passato.
Qualche anno addietro, questi sarebbero stati i giorni in cui le mie energie sarebbero state profuse per te tutte. E’ bene tenerlo a mente, senza tardigrade romanticherie: ma non posso fare a meno, passando fra le trame delle stagioni, di soffermarmi seppur per un istante qui, semplicemente per un battito di ciglia carico di silenzio, carico di tempo. Il tempo. Scorri le mie righe e ti sentirai travolgere da esso, in ogni caso. Che tu avverta un confuso ritorno di sensazione per il riconoscimento di una grafia, o che non riesca a provare nulla se non un poco d’imbarazzo – ebbene: è sempre il tempo che ti vibra dentro, con i suoi modi un po’ forti.
Eppure non è mio desiderio parlarti come voce del passato. Dico solo che per certi versi, non può che esser così, involontariamente. Questo “passato”, questa parola buia ma dalle immagini più accese di quelle che vediamo ogni dì – poiché le viviamo, non le vediamo solo: in qualche modo, talvolta, le “siamo”, quelle immagini, ci hanno “costruito” – a te ha sempre dato molto fastidio. Hai voluto, per il tuo bene, rinnegarlo, e non so se solo con me. Ma di me conosco i fatti, e mi tengo a questi. Quindi perdonami se talvolta non ho fatto che riportarti a mente qualcosa che non volevi rivedere o rivivere. Perdonami anche ora, se provi fastidio. Ma come puoi vedere, io, qui, finisco là dove finisce questa lettera. Del resto un po’ ti comprendo: tu con me tagliasti un albero da te cresciuto. Io soffrii per i miei rami, per il mio tronco. Ma tu perdesti quel poco d’ossigeno che ti donavo. Come potermelo restituire in parole?
Il dolore mi fece uomo e mi portò per larghe vie, che tutt’ora s’intrecciano per la mia vita, molto più complessa di allora, quell’allora tuttavia non per questo rinnegabile. Vedi, rinnegare il passato si può fare, ma ci vuole un forte senso d’irrealtà, e anche un buon mestiere nel creare. Ci può aiutare in un primo tempo a sopravvivere ai nostri errori, alle nostre paure, poi a vivere, quando l’orgoglio l’ha più lunga della memoria.
E, via, t’auguro che t’accada bene! Mi auguro che finalmente tu possa convivere meglio con quel gracile istante del mio ricordo – e non perché serve a me: innanzitutto perché ti serva a leggere queste gonfie righe.
Dimenticami di più, se ti serve a ricordarmi meglio! Se ti serve a potermi dire “ ciao e buona vita” una volta l’anno, come si conviene a due figli della Natura che una volta nelle loro vite, chissà perché, hanno condiviso l’abitazione di un arcobaleno ormai rarefattosi.
Le vie in pietra della città che un tempo pareva solo nostra si stanno rapidamente scurendo, mentre l’insonnia di cui s’ammala l’aria non rende giustizia ai nostri antichi tentativi di farla esplodere dei nostri nomi. Se n’è fuggita con te ogni prospettiva dei palazzi che accarezzavamo stringendoci per mano, che ora paiono coinvolti solo dagli affari degli uomini e delle donne senza cura e debolezze. Penso a me e te insieme e sempre più assomigliamo ai volti dei passanti consueti della nostra Via dei Priori e che invece, ora, non fanno che parlarmi di te, zitti e un poco invecchiati, ogni volta che li incontro in sguardi repentini e densi, con cui pare di averci nel silenzio una confidenza assoluta.
Ma in petto mio una fortuna è innamorata di questo addio impossibile che di volta in volta viene sciolto come un lungo fiume dalle nature che noi ignoravamo. Forse perché sono la casa delle nostre possibilità passate, ora confuse con ciò che ci ha separato.
L’ignoto si inventa complice del mistero della nostra unione e gioca con le paure che abbiamo gettato e donato al vento con noi stessi.
Il passato è becero nei lamenti e nei ghigni: è Bellezza nella sorgente delle lacrime e nelle fiamme dei sorrisi.
Un saluto rinnovato sempre e comunque è Eternità.

Gerardo Grifo

giovedì 1 gennaio 2009

Appunti sull'amicizia e la passione

Vado in cerca di una comunione di spiriti eletti
vado in cerca di una scommessa fiorente di vita e virtù
sulle nostre sorti tragiche e segnate
un appello sentito e mai risentito
contro ogni forma di vecchiezza

ripudio ogni altra età oltre la mia - così parla la più forte vividezza spirituale
ma non mi basto mai e qualunque uomo è ponte fra io e me

contro l'assecondare i soli propri gusti
ma sì ravvivare le inclinazioni
e far diventare gusti le proprie inclinazioni stesse

ambire a forme di unione fra menti e corpi dove solo grandi risa e grandi parole
evitino il prosciugarsi della dotta ignoranza connaturata ad ogni giovane

elemento esplosivo contro ogni credenza o nientità della riflessione

se non si è disposti in amicizia a giungere al tripudio della prima persona plurale
l'essere-per-la-morte non trova linfa per sublimarsi ma solo solca la strada verso di sé
annoiata pure della sua mortalità
se non si ha la forza di ambire all'impossibile nelle relazioni
si declassa tutto il potere di uno scetticismo dolorosamente conquistato
e la mortalità perde il suo nobilissimo sapore

senza passione non c'é Eros fra anime e senza erotismo
l'individuo non si individua
in un disegno di armonie

e tutto assume il colore spento di un sogno senza respiri

se non si dubita del proprio scetticismo si diventa il nulla così come abbandonandosi a dottrine

il dubbio dell'amico dev'essere fonte di dubbio verso i propri dubbi

perché "solo fra spiriti dediti a consolidare le proprie perplessita' il dialogo è fecondo"

e solo la spoliazione dai propri convincimenti nobilita la vita .

venerdì 26 dicembre 2008

a integrazione dell'articolo qui sotto - "come un Icaro in fiamme"

Eros si misura con Kronos e nella sconfitta più letale, canta l'ode alla sua furtività, unica sua vittoria da sempre acquisita. Nel perdere peso in terra, patria del Tempo, s'invola verso il sole.

Come un Icaro in fiamme


EROS : Mi ritrovo ingannato fra le schegge del tempo
dal malsano mio trasporto verso un passato che mi attende
ogni volta che al pensiero richiamo le gioie cieche
dei nostri destini da sempre scissi.
Io Eros conobbi il destino, per poi misconoscerlo grandemente
Da quando son diventato voi, da quando sono diventato Uomo.

KRONOS: L'amore è la bestemmia contro il destino ! Cos'altro sei?

EROS: io sono la fantasia del vento
un bacio è la gloria del secondo
la fortuità dell'ineluttabile
l'esimersi di un istante dal suo senso
la redenzione del sensuale
la stupidità della meraviglia
il colore della vita
il guasto della promessa, la frattura della seduzione
la vera forza del mondo -

Tu, Kronos, sei la misura di ciò che di me ti sconvolge! Ogni religione nasce dal superamento del Bacio. Ogni intelligenza nasce come stupidità verso lo stupore.
Ogni dottrina nasce come dolore dell'amare.
L'amore come libertà delle ali dall'angelo -

Al sol mi volgo come un Icaro in fiamme.


lunedì 15 dicembre 2008

La natura e l'amore fra silenzi e solitudine. Turbamenti di Carducci a confronto

Discostarsi per un momento dall'amato, dalle peripezie e dalle fantasie contingenti e sospendere per breve tempo tutta la propria partecipazione è possibile, a patto che si ritenga la Natura come quello specchio eterno che possa in qualche modo sospirare verità stringenti.
Ogni amore è di certo un cammino, come del resto ogni cammino è un lasciarsi dietro qualche cosa che si ama.

Innanzi, innanzi. Per le foscheggianti
coste la neve ugual luce e si stende,
e cede e stride sotto il pié: d'avanti
vapora il sospir mio che l'aer fende[...]
(notte d'inverno)

Tutto ciò che appare non è incontro. Se solo ci si sofferma per un istante su quel che vuol dire "presente" al di fuori di sé, al di fuori del proprio amare, la natura pare sempre crudele.


Ogni altro tace. Corre tra le stanti
nubi la luna sul gran bianco e orrende
l'ombre disegna di quel pin che tende
cruccioso al suolo informe i rami infranti[...]
(notte d'inverno)


La Natura parrebbe rispondere con silenzi:, ma sia la luna che le ombre cospirano affinché nulla tranquillizzi l'amante, mostrandogli i rami infranti come un malaugurio. Le proiezioni di ciò che si spezza, che si annulla in Natura non sono mai per il cuore dell'amante solo visioni di qualcosa che perisce, ma anzi qualcosa di eternamente vivo che eternamente si mostra come spezzato.

[...]Ed emerge il pensier su quei marosi
naufrago, ed al ciel grida: o notte, o inverno,
che fanno giù ne le lor tombe i morti?
(notte d'inverno)

L'amante giunge fino al pensiero sui morti. Fallita la via che mostrava sottilmente la via dell'eternità. Umano è il suo rapporto con la natura e umano rimane il suo rapporto con ciò che pare si spezzi. Senza alcuno scrupolo pretende di sapere dalla Natura cosa finisca, ma anche cosa sorga. In Carducci questo emerge in maniera eminente, quando uniamo Notte d'inverno con Panteismo:

[...]Io mai no 'l dissi: e con divin fragore
la terra e il ciel l'amato nome chiama,
e tra gli effluvi de le acacie in fiore
mi mormora il gran tutto - Ella, ella t'ama.
(Panteismo)

Tutto diventa dio, quando la Natura suggerisce lo splendore. Ma che lo splendore suggerito sia pari all' "amato nome", ovvero all'oggetto del proprio amore, è pur sempre un artifizio umano. La natura suggerisce ogni via e ogni coloritura degli essenti, ma non necessariamente rimanda l'uno all'altro. Nella nostra esperienza possiamo sì appellarci in poesia alla Natura per celebrare l'amato, ma pur sempre è da ricordare quanto enigma riposi nella Natura stessa e quante amorevoli pitture applica il nostro immaginario: ella, come una Monna Lisa ancor meglio dipinta, ha nel sorriso la luce dell'alba e del tramonto.
In un istante ogni cosa potrebbe sorgere come spegnersi senza che propriamente né l'una né l'altra cosa accada.

mercoledì 3 dicembre 2008

L'insostenibile leggerezza di Milan Kundera

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L'intellettuale stanco, che non ha voglia né interesse di prestare attenzione più a nessuna cosa, l'intellettuale che per qualche mese che si è lasciato con la ragazza a vent'anni ha letto qualcosa di Nietzsche e ha ben pensato di avere fra le mani un buon motivo per non spararsi, sebbene con l'atteggiamento di chi, se avesse la pistola al posto della sigaretta appoggiata alla più esistenzialista delle pose, non cambierebbe di una virgola la sua espressione. L'intellettuale per cui tutto questo è curriculum e ogni cosa da dire a mezza bocca è permessa, o perlomeno, una verità più grande di qualsiasi altra, proprio perché sorniona. Il sogno di essere un sociologo francese mai esaudito, insomma, o un comunista disilluso (o illuso?).
L'insostenibile leggerezza di Milan Kundera, autore de l'insostenibile leggerezza dell'essere (1982) è quella che lo porta ad aprire il suddetto romanzo esponendo l'eterno ritorno nietzschano come una sorta di ricorrenza calendariale; Lowith, Heidegger e Deleuze mettono doppia chiusura al loro sepolcro.
E' tutto riassunto nell'incipit, lo strazio della filosofia sotto la matita del cecoslovacco:

"Parmenide vedeva l'intero universo in coppie di opposizioni[...] uno dei poli dell'opposizione era per lui positivo[..] l'altro negativo. Questa suddivisione in un polo positivo e in uno negativo può apparirci di una semplicità puerile. Salvo in un caso: che cos'è positivo, la pesantezza o la leggerezza?Parmenide rispose: il leggero è positivo, il pesante è negativo. Aveva ragione oppure no?".

Pardon, ma questo periodo è una sequenza di validi motivi per un voltastomaco inesauribile.
Posto che la lettura di Parmenide è qui di una banalità rivoltante, è anche evidente che l'attenzione per l'essere da parte di Kundera si ferma al momento in cui intende usarne la parola nel titolo. Inoltre: la suddivisione fra polo positivo e negativo sarebbe "puerile", mentre l'unica cosa che conterebbe è se Parmenide abbia "ragione o no"? Questo uso della filosofia alla "pari e dispari" fra due ebeti fanciulli non può funzionare in genere, figuriamoci con Parmenide. Platone impiegò una vita filosofica a discutere Parmenide; Kundera in un passo a pagina 14 vuole risolvere in un un solo "interessante" dualismo il Sentiero del Giorno, l'eternità dell'essere, il fondamento dell'ontologia e tutto il "peso" del Sulla Natura del povero filosofo eleate.
Bene, sino a qui, almeno, abbiamo di che divertirci con il nostro dissenso. Ma il gusto del negativo si rattrappisce un solo secondo dopo, quando, con estrema nausea, leggiamo l'immediato proseguimento della stessa pagina su Parmenide:

"sono già molti anni che penso a Thomas[...] aveva incontrato Tereza per la prima volta circa tre settimane prima in una piccola città della Boemia[..]"

I poli negativi e positivi in Parmenide e poi... Tereza e Thomas?
Assistiamo a questo gioco di isignificanti reportage degli amori fra questi personaggi cecoslovacchi e viaggi fra Praga e Zurigo almeno fino a pagina 40, dove Kundera si risveglia dal torpore dei suoi racconti insipidi e stancanti dando, come risposta al grande problema su Parmenide posto tante pagine prima, una risposta sollevante: " a differenza di Parmenide, per Beethoven la pesantezza era a quanto pare qualcosa di positivo". Il dilemma ontologico parrebbe teoreticamente risolto con questa incontrovertibile verità Kunderiana. Ma l'autore, nella stessa pagina, fa professione di inimmaginata onestà:

"L'allusione a Beethoven era in realtà per Thomas un modo per ritornare a Tereza".

Lo sconforto. E la nostalgia per tutto che non accenni alla filosofia nel romanzo. Proseguendo, la grettezza filosofica di Kundera si deterge, nell'amato viaggio fra gli amori perplessi di Thomas (che ama Tereza), Tereza (che ama Thomas), Franz (che ama Sabina) e Sabina che ama Franz, anche se con l'interessante scarto di qualche mese di stop.
Ma ecco che a pagina 252 ci troviamo di fronte al pericolo di imparare qualcosa di più della filosofia, quando il grande Giovanni Scoto Eriugena viene originalmente ricordato non per le quattro divisioni dell'essere divino, non per la riflessione su fede e teoresi, non per il discorso sulla libertà umana ma per..."la merda" :

"Nelle considerazioni di Scoto Eriugena possiamo troare la chiave di una sorta di giustificazione teologica della merda. Gesù non defecava. [...] nella terza parte di questo romanzo ho raccontato di Sabina in piedi seminuda e con la bombetta in testa accanto a Thomas vestito. Ma c'è una cosa che ho taciuto. Lei[..] immaginò che Thomas la mettesse a sedere così com'era, con la bombetta, sulla tazza del gabinetto, dove lei liberava i propri intestini in sua presenza. Gettò Thomas sul tappeto e già urlava dal piacere".

Potremmo citare l'importanza di Descartes per la vita delle mucche nelle stalle a pagina 294, ma quanto è meglio fermarsi qui?
Il sapere bislacco, lo scrivere uterino e "originale" di chi ha vissuto il novecento come un grande "rutto" della cultura, dove il suono è culla e la digestione vendetta: tutto è possibile, quando ami Dostoevskij e Nietzsche al punto da non curarsi minimanente di ricordarne il senso; l'insostenibile leggerezza dell'essere è a tutti gli effetti uno dei più deleteri sprechi di inchiostro della storia della parola - guai dire pensiero - come del resto ogni romanzo attratto dalla filosofia per quel che basta a un titolo o a una didascalia; è forse per questo che l'uomo e la donna di pensiero innocente e inebetito recita spesso, alla domanda sulle proprie letture: "mi è piaciuto molto l'insostenibile leggerezza dell'essere", come se da questa confessione l'interlocutore dovesse trarre un sintomo di profondità dalla coraggiosa dichiarante.

Ma per carità.



p.s. da notare un'opera postmoderna ( in foto) con cui il pittore torinese Roberto Saporito (in foto) ha inteso in maniera altrettanto saporita il libro sinora citato.

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mercoledì 22 ottobre 2008

Ascoltare queste parole alla rinfusa rigorosamente con Positively 4th street di Dylan in sottofondo.




My smiles get their energy from october's beautiful decadence I got my mind set on never

-lived circumstances I got too many nights on my shoulders I'll never be able to

apologize for that - I really need a trip in the possibilities of the world gotta get a

life gotta joke with friends gotta feel what I need like a free decision while I know

It's not like that but who cares life's for makin' mistakes - happiness in cups and foggy

eyes 'round the bar are platinum satisfactions for days made of stone the new adventure

for everyone might be admitting everyone's limits but I think no one will ever do it in

public as there are too many public appearances, so many that we can't even afford the

minimum of fame we deserve there are no more houses only homes in this net game - they

called it myspace and now all we got is a screen page who longs to possess us through

millions of illusions and I feel quite ironic 'bout that we didn't want human slavery

anymore now the conquest is to be dominated by our desires and I find it really

interesting everybody must get possessed 'cause even god is possessed by our words which

are all stupid.

Questa metà d'ottobre fra notizie e idiozie a colori emana in noi le peggiori chiavi di

lettura per il futuro/ un futuro che non tarda mai ad arrivare/come i nostri aggeggi

grigi e potenti vogliono/ in fondo non è solo questo il motivo per cui ci potremmo

innervosire /le frenesie degli architetti della scemenza ci attaccano in tv /e senza

alcuna storia né gloria accettiamo con gaudio la nostra passività mentre il fetente di

turno si professa amante di valori tradizionali/ mentre mancano 40 secondi ai consigli

per gli acquisti per il popolo dell'intelligenza condivisa/ della macchia oliata della

demografia senza alcuna passione ma pur sempre multiculturale / e mentre l'emancipazione

di forme umane bistrattate si dipanano nella nostra nuova, moderna coscienza

dell'importanza del gay piangente,del viola in faccia e del sesso alla finestra/ ci

sarebbe da chiedersi chi altri e altro busserà alla porta del prossimo reality per fame

dell'applauso facile e scrosciante, aneuronale in cui ben si rappresenta la nostra

società dello stupore circonciso/ in cui ogni stupore altro non è che la soddisfazione di

desideri di plastica/ esiti del mal di pancia di una civiltà dal sangue febbrile e

prosternato/ di una società che ha mangiato benessere e morte con troppa fretta.

la fin est presque loin mais tout les affections humaines que nous avons sont

silencieusement desesperée.

venerdì 3 ottobre 2008

auguri di creatività per chi la cerca

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(Magritte, la condizione umana)

Perché ogni nostra esperienza della realtà è condizionata da ogni nostra prospettiva, da ogni nostra speranza, da ogni nostro senso della bellezza. Dietro alla tela dipinta dalla nostra facoltà di creare può esistere (e non lo sappiamo) o la coincidenza con la nostra previsione, o la totale differenza (una distesa di cemento) o un diversità, seppur bella, da noi non percepita.
Importante rimane sempre creare quella tela, anche se fallace, poiché il semplice sguardo fuori dalla finestra non basta ai cuori più impetuosi e mossi.

venerdì 19 settembre 2008

Poesia alla fine della gola

Passerei volentieri le mie giornate a sfogliare le pagine del mondo
passerei volentieri la vita dalla parte di chi vince
solo per potermi divertire a perdere come so fare
passerei il tempo a guardare il tempo
volerebbe lo spazio fra i miei piedi

nella ricchezza degli dei

riposa il mio destino di vagabondo

per nulla disperato.

martedì 26 agosto 2008

Poesia Libellula

Io sono le pagine più belle di un libro andato in fiamme
io sono l'energia di un foro
l'estraneità di un suono

forse l'opera di un dio ridente
io sono le scuse di una foglia al vento.

Mi aggiro nelle strade dell'invisibile
e mi ritrovo nelle trame del non- detto


io sono il custode di ciò che non si conserva
il guardiano dell'immenso incontrollato

il museo dei ritorni, il canto di un fiore

un fioco lume dentro il fuoco di un sole che di me non s'accorge. -

giovedì 24 luglio 2008

prendere "dualismo" di Arrigo Boito come inno al nichilismo elegante (parti in grassetto rlevanti)

Son luce ed ombra; angelica
farfalla o verme immondo
sono un caduto cherubo
dannato a errar sul mondo,
o un demone che sale,
affaticando l'ale,
verso un lontano ciel.

Ecco perché nell'intime
cogitazioni io sento
la bestemmia dell'angelo
che irride al suo tormento,
o l'umile orazione
dell'esule dimone
che riede a Dio, fedel.

Ecco perché m'affascina
l'ebbrezza di due canti,
ecco perché mi lacera
l'angoscia di due pianti,
ecco perché il sorriso
che mi contorce il viso
o che m'allarga il cuor.

Ecco perché la torbida
ridda de' miei pensieri,
or mansueti e rosei,
or violenti e neri;
ecco perché con tetro
tedio, avvincendo il metro
de' carmi animator.

O creature fragili
dal genio onnipossente!
Forse noi siamo l'homunculus
d' un chimico demente,
forse di fango e foco
per ozioso gioco
un buio Iddio ci fe'.

E ci scagliò sull'umida
gleba che c'incatena,
poi dal suo ciel guatandoci
rise alla pazza scena
e un dì a distrar la noia
della sua lunga gioia
ci schiaccerà col pie'.

E noi viviam, famelci
di fede o d'altri inganni,
rigirando il rosario
monotono degli anni,
dove ogni gemma brilla
di pianto, acerba stilla
fatta d'acerbo duol.

Talor, se sono il demone
redento che s'india,
sento dall'alma effondersi
una speranza pia
e sul mio buio viso
del gaio paradiso
mi fulgureggia il sol.

L'illusion-libellula
che bacia i fiorellini,
-l'illusion-scoiattolo
che danza in cima i pini,
-l'illusion-fanciulla
che trama e si trastulla
colle fibre del cor,

viene ancora a
sorridermi
nei dì più mesti e soli
e mi sospinge l'anima
ai canti, ai carmi, ai voli;
e a turbinar m'attira
nella profonda spira
dell'estro ideator.

E sogno un'Arte eterea
che forse in cielo ha norma,
franca dai rudi vincoli
del metro e della forma,
piena dell'Ideale
che mi fa batter l'ale
e che seguir non so.

Ma poi, se avvien che l'angelo
fiaccato si ridesti,
i santi sogni fuggono
impauriti e mesti;
allor, davanti al raggio
del mutato miraggio,
quasi rapito, sto:

e sogno allor la magica
Circe col suo corteo
d'alci e di pardi, attoniti
nel loro incanto reo.
E il cielo, altezza impervia,
derido e di protervia
mi pasco e di velen.

E sogno un'Arte reproba
che smaga il mio pensiero
dietro le basse immagini
d'un ver che mente al Vero
e in aspro carme immerso
sulle mie labbra il verso
bestemmiando vien.

Questa è la vita! L'ebete
vita che c'innamora,
lenta che pare un secolo,
breve che pare un'ora;
un agitarsi alterno
fra paradiso e inferno
che non s'accheta più!

Come istrion, su cupida
plebe di rischio ingorda,
fa pompa d'equilibrio
sovra una tesa corda,
tal è l'uman, librato
fra un sogno di peccato
e un sogno di virtù.

(Arrigo Boito, "Dualismo")

mercoledì 23 luglio 2008

L’APPROCCIO DEL NICHILISTA ELEGANTE ALLA STORIA DELLA FILOSOFIA: Nietzsche e lo Schopenhauer come (maleducato) educatore


Nietzsche e lo Schopenhauer come (maleducato) educatore

Quante volte avvicinandosi a Nietzsche lo si riconduce alla linea di rapporto con Schopenhauer? Si noti bene, l’eredità schopenhaueriana del filosofo di Rocken è indiscutibile, ancor più se ci rimettiamo alle semplici ammissioni di Nietzsche stesso e al tributo rappresentato da Schopenhauer come educatore . Ecco che però, un passaggio ben poche volte sottolineato emerge dai primi passi del capitolo noi dotti in al di là del bene e del male:

[…] l’influsso esercitato da Schopenhauer sulla Germania moderna – con il suo sciocco furore contro Hegel è riuscito a estromettere l’intera ultima generazione dal rapporto con la cultura tedesca, la quale cultura, tutto considerato, ha rappresentato un culmine e un affinamento divinatorio del senso storico; ma proprio su questo punto lo stesso Schopenhauer era povero, non recettivo, non tedesco fino alla genialità. (p.106 della edizione Adelphi)

Il problema di Nietzsche non sta nel fatto che egli periodicamente riveda figure intellettuali per lui “paterne” (cfr. caso Wagner) quanto invece nel fatto che egli tenga, quasi maniacalmente, a conservare e gettare in una sorta di metabolismo spirituale l’aristocraticità e la plebeità di ogni pensatore. Con buona pace degli interpreti - mi verrebbe da dire – “conflittualisti”, la storia della filosofia per Nietzsche non deve essere il luogo del “rigetto”. Chi si lascia abbagliare dall’efferatezza con cui egli tratta ora qua ora là taluni o talaltri filosofi non avrà mai compreso il profondo amore che lega Nietzsche ad ogni filosofo. Ma già da solo egli sapeva che tale pericolo risiede in

Quell’acromatopsia dell’uomo utilitario, il quale nella filosofia altro non vede se non una serie di sistemi confutati e una prodiga magnificenza che non ‘serve’ a nessuno. (Ivi)

Ma se già in Aristotele vediamo che “la filosofia non serve a nulla, dirai; ma sappi che proprio perché priva del legame di servitù è il sapere più nobile”( Metafisica I, 2, 982b), anche nel mio articolo di tempo fa sulla “divina inutilità” del filosofo troviamo ragioni per difendere l’inattaccabilità di ogni buon filosofo in quanto tale.

Nessun filosofo ha il diritto, dunque, di figurare sé e gli altri filosofi con la spada di Damocle all’altezza dello spirito.

Detto ciò, cosa ancor più importante sta nel non vivere tale presa di coscienza con quell’ “istinto democratico” al quale il nostro porre ordine occidentale, per così dire, è soggiogato. Bisogna evitare il pericolo più grande che può derivare dal conoscere l’inesistenza della spada di Damocle, ovvero quello che ha “radicalmente pregiudicato la venerazione per la filosofia e ha spalancato la porta all’istinto della plebaglia” (p.106) . Perché anche il “serio” studioso di filosofia può inceppare le sue fortune. Si veda pagina 119 nel capitolo noi dotti di al di là del bene e del male della sopra citata edizione Adelphi:

Insisto nel dire che si cessi finalmente dallo scambiare per filosofi gli operai della filosofia e soprattutto gli uomini di scienza […] Può darsi che per l’educazione del vero filosofo sia necessario che anche lui si sia arrestato una volta su tutti questi gradini ai quali i suoi servitori, gli operai scientifici della filosofia, restano inchiodati; forse deve essere stato anche lui un critico e uno scettico e un dogmatico e uno storico, e oltre a ciò un poeta e un raccoglitore e un viaggiatore e un divinatore di enigmi e un moralista e un veggente e un “libero spirito”, quasi ogni cosa, per percorrere la cerchia dei valori e dei sentimenti di valore umani e per potere scrutare dall’alto verso ogni lontananza, dagli abissi verso ogni altitudine, dal cantuccio verso ogni orizzonte.

venerdì 13 giugno 2008

Cosa può insegnare Epitteto a un nichilista oggi ?

Cosa può insegnare Epitteto ad un nichilista oggi
In una temperatura filosofica dove l'ambiente della ragione non riesce a sondare i fondamenti con la stessa forza della modernità, il nichilista elegante - per come io lo sto intendendo in tutti questi miei appunti - può porsi su un duplice piano d'ascolto:

- il risveglio sull'Essere (ovvero la pazienza teoretica nei confronti dei temi ontologici - dove Severino è per me guida e problema)

- la fronesis come esigenza etica aperta dalla morte di Dio, ovvero la rilettura di temi che hanno edificato il significato della saggezza nella civiltà occidentale, con lo scopo di trattenere nell'ambito umano quelle energie nei confronti del reale da sempre valide a prescindere dagli effetti che queste possono aver portato nel loro calarsi storico.

In merito al secondo punto è stato per me ottimo nelle ultime letture l'apporto di Boezio (di cui parlerò) e di Epitteto (di cui tratto in questa sede).

Cosa può insegnare Epitteto a un nichilista oggi?
Ebbene, Epitteto (50 - 120) può contribuire alla presa di coscienza dei gradi in cui l'uomo può intellettualmente intervenire o meno nella cognizione del reale e della necessità che lo regola. Con fare socratico egli non scrisse nulla, ma il suo pedissequo allievo Arriano raccolse i suoi insegnamenti in quello che poi anche Leopardi rielaborò come Manuale.
L'uomo non può e non deve arrischiarsi nella illusione della sua presa totale della realtà: il concetto di rappresentazione è nel caso di Epitteto il modo per intendere la fallacia del significare immediato degli eventi da parte dell'uomo non filosofo. L'uomo filosofo è invece un ponte fra l'uomo del senso comune e la regola aurea della felicità, là dove per felicità non viene intesa da Epitteto tanto l'esultanza per il successo della contingenza, quanto la partecipazione alla Verità. Tale partecipazione dipende da due facoltà distinte: la Proairesi e la Diairesi.
La prima facoltà riguarda la capacità di discernimento autoteoretico delle rappresentazioni, ovvero la facoltà di gestire razionalmente la ricezione del senso delle cose. Queste sono divisibili in proairetiche nel caso in cui appartengano alla schiera delle entità in nostro potere (desideri, ambizioni, valutazioni etc. )mentre sono aproairetiche quelle non in nostro potere (reputazione, ordine delle cose, morte etc.). La Diairesi è dunque la facoltà di discernere ciò che è in nostro potere da quello che non lo è. E su questo che gioca il piano fronetico della conoscenza in Epitteto – o meglio dell’etica della conoscenza.

Tale piano etico si innesta, per lo stoicismo, nella considerazione per cui le passioni sono l’impedimento dell’adeguamento fra condotta umana e razionalità del Logos. Il nichilista elegante non deve necessariamente seguire tale considerazione, in quanto annovera fra le passioni anche quella noetica nei confronti del vero che ha contraddistinto la storia della metafisica occidentale, sotto la prospettiva nietzscheana della volontà di potenza; è tuttavia possibile rimpiazzare la messa tra parentesi delle passioni con la messa tra parentesi del senso comune, che alla fine dei conti altro non è che la “passione collettiva” che porta la verità dell’essere fuori dalla sua casa in grado decisamente superiore rispetto alle passioni del corpo.

In ragione dunque di un’ “a-patia” positiva e attiva nei confronti del senso comune, ecco dei passaggi indicativi quanto divertenti del nostro compianto Epitteto, filosofo spigliato e ironico, scoiattolo della verità.

Dal Manuale, nella speranza di molti sorrisi :

21. La morte, l'esilio e tutto ciò che appare terribile ti siano quotidianamente dinanzi agli occhi, più di ogni altra cosa la morte: e non avrai mai alcun pensiero meschino né desidererai mai nulla oltre misura.

4. Ogni volta che ti accingi a un'azione, ricorda a te stesso quale sia la sua vera natura. Se esci per recarti al bagno pubblico, predisponiti mentalmente a quello che succede in questi ambienti: la gente che ti spruzza, ti urta, ti insulta, ti deruba. E così, se inizierai col dire: «voglio fare un bagno e mantenere la mia scelta morale conforme a natura», ti disporrai ad agire con più sicurezza. E fai altrettanto per ogni altra azione. Perché in questo modo, se qualcosa dovesse impedirti il bagno, potrai dire prontamente: «non volevo soltanto lavarmi, ma anche mantenere la mia scelta morale conforme a natura: e non ci riuscirò, se mi infastidisco per quel che succede».

41. È segno di scarse qualità naturali dedicare troppo tempo alle cose del corpo: per esempio un eccessivo indulgere agli esercizi ginnici, a mangiare, a bere, a defecare, ad accoppiarsi. Attività che devono restare marginali: tutta l'attenzione va rivolta alla mente.

46. Non definirti in nessuna occasione filosofo e in generale non parlare tra gente comune di principi filosofici, ma fai quello che discende da questi principi: per esempio, a banchetto non dire come si deve mangiare, ma mangia come si deve.[…]

45. Il tale si lava in fretta: non dire «male», ma «in fretta». Un altro beve molto vino: non dire «male», ma «molto». Prima di aver distinto il giudizio che presiede al suo agire, come sai se è «male»? Così non ti accadrà di ricevere le rappresentazioni catalettiche di una cosa e di dare il tuo assenso ad altre.

22. Se aspiri alla filosofia, preparati fin d'ora a essere deriso e schernito dalla gente: «ce lo ritroviamo di colpo filosofo», diranno, e ancora: «da dove ha preso tutto questo cipiglio?». Ma sul tuo volto non vi sia cipiglio; attieniti invece a ciò che ti pare il meglio, come un uomo assegnato dal dio a questo posto. E ricorda che se resterai coerente agli stessi principi, quelli che prima ti beffavano poi ti ammireranno, mentre se ti rivelerai inferiore a essi riscuoterai un doppio dileggio.

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Bibilografia filosofia Emanuele Severino bibliografia , Emanuele Severino (i testi presi in considerazione per la tesi) vita e pensiero

  • La struttura originaria, Brescia, La Scuola, 1958. Nuova edizione, con modifiche e una Introduzione 1979, Milano, Adelphi, 1981]
  • Per un rinnovamento nella interpretazione della filosofia fichtiana, Brescia, La Scuola, 1960
  • Studi di filosofia della prassi, Milano, Vita e pensiero, 1963; nuova ediz. ampliata, Milano, Adelphi, 1984
  • Ritornare a Parmenide, in «Rivista di filosofia neoscolastica», LVI [1964], n. 2, pp. 137-175; poi in Essenza del nichilismo, Brescia, Paideia, 1972, pp. 13-66; nuova edizione ampliata, Milano, Adelphi, 1982, pp. 19-61
  • Essenza del nichilismo. Saggi, Brescia, Paideia, 1972; seconda edizione ampliata, Milano, Adelphi, 1982
  • Gli abitatori del tempo. Cristianesimo, marxismo, tecnica, Roma, Armando, 1978; nuova edizione ampliata, ivi, 1981
  • Téchne. Le radici della violenza, Milano, Rusconi, 1979; seconda edizione, ivi, 1988; nuova edizione ampliata, Milano, Rizzoli, 2002
  • Legge e caso, Milano, Adelphi, 1979
  • Destino della necessità. Katà tò chreòn, Milano, Adelphi, 1980; nuova edizione, senza modifiche sostanziali, ivi, 1999
  • A Cesare e a Dio, Milano, Rizzoli, 1983; nuova ediz., ivi, 2007
  • La strada, Milano, Rizzoli, 1983
  • La filosofia antica, Milano, Rizzoli, 1984; nuova ediz. ampliata, ivi, 2004
  • La filosofia moderna, Milano, Rizzoli, 1984; nuova ediz. ampliata, ivi, 2004
  • Il parricidio mancato, Milano, Adelphi, 1985
  • La filosofia contemporanea, Milano, Rizzoli, 1986; nuova ediz. ampliata, ivi, 2004
  • Traduzione e interpretazione dell’«Orestea» di Eschilo, Milano, Rizzoli, 1985
  • La tendenza fondamentale del nostro tempo, Milano, Adelphi, 1988
  • Il giogo. Alle origini della ragione: Eschilo, Milano, Adelphi, 1989
  • La filosofia futura, Milano, Rizzoli, 1989; nuova ediz. ampliata, ivi, 2005
  • Il nulla e la poesia. Alla fine dell’età della tecnica: Leopardi, Milano, Rizzoli, 1990; nuova ediz., ivi, 2005
  • Filosofia. Lo sviluppo storico e le fonti, Firenze, Sansoni, 3 voll.
  • Oltre il linguaggio, Milano, Adelphi, 1992
  • La guerra, Milano, Rizzoli, 1992
  • La bilancia. Pensieri sul nostro tempo, Milano, Rizzoli, 1992
  • Il declino del capitalismo, Milano, Rizzoli, 1993; nuova ediz., ivi, 2007
  • Sortite. Piccoli scritti sui rimedi (e la gioia), Milano, Rizzoli, 1994
  • Pensieri sul Cristianesimo, Milano, Rizzoli, 1995
  • Tautótēs, Milano, Adelphi, 1995
  • La filosofia dai Greci al nostro tempo, Milano, Rizzoli, 1996
  • La follia dell'angelo, Milano, Rizzoli, 1997; nuova ediz., Milano, Mimesis, 2006
  • Cosa arcana e stupenda. L’Occidente e Leopardi, Milano, Rizzoli, 1998; nuova ediz., ivi, 2006
  • Il destino della tecnica, Milano, Rizzoli, 1998
  • La buona fede, Milano, Rizzoli, 1999
  • L’anello del ritorno, Milano, Adelphi, 1999
  • Crisi della tradizione occidentale, Milano, Marinotti, 1999
  • La legna e la cenere. Discussioni sul significato dell'esistenza, Milano, Rizzoli, 2000
  • Il mio scontro con la Chiesa, Milano, Rizzoli, 2001
  • La Gloria, Milano, Adelphi, 2001
  • Oltre l’uomo e oltre Dio, Genova, il melangolo, 2002
  • Lezioni sulla politica, Milano, Marinotti, 2002
  • Tecnica e architettura, Milano, Cortina, 2003
  • Dall'Islam a Prometeo, Milano, Rizzoli, 2003
  • Fondamento della contraddizione, Milano, Adelphi, 2005
  • Nascere, e altri problemi della coscienza religiosa, Milano, Rizzoli, 2005
  • La natura dell'embrione, Milano, Rizzoli, 2005
  • Il muro di pietra. Sul tramonto della tradizione filosofica, Milano, Rizzoli, 2006
  • L'identità della follia. Lezioni veneziane, a cura di Giorgio Brianese, Giulio Goggi, Ines Testoni, Milano, Rizzoli, 2007
  • Oltrepassare, Milano, Adelphi, 2007

sabato 7 giugno 2008

a seguire un proseguimento parossistico sul tema del nichilista elegante in due passi:

- L'inquietudine dell'eleganza I [con Nietzsche]
- L'inquietudine dell'eleganza II [con Cioran]

martedì 3 giugno 2008

Dio e la stanchezza

Questa cosa che ognuno di noi si debba accasciare ogni giorno (ovvero ogni notte al letto) merita più riflessione.

E' incredibile

come
noi siamo stati in grado di creare dio

mentre con la nostra debolezza ogni notte ci adagiamo nel nulla del sonno.

- O anche dio dorme

o noi abbiamo poca fiducia nei nostri mezzi. -

venerdì 23 maggio 2008

un pensiero in autobus per Gunther Anders mentre guardo la gente all'uscita di un supermarket e ascolto i discorsi di due giovani atei inconsapevoli

Quest'antropocentrismo che vuole l'uomo e il suo dio cartaceo protagonisti della storia trova più spazio fra i suoi contestatori che fra i suoi promotori, oggi. Bizzarro.
Non vogliamo più dio perché altre nostre produzioni lo sostituiscono. Ovvero vogliamo sempre dio, magari con una scadenza più controllabile.

lunedì 19 maggio 2008

Cosa ho


Reti di nuvole sul mio anno
guadare con forza il fiume
fino all'ultimo schizzo d'acqua

dipingersi nell'ignoto

diventare l'ignoto

subire se stesso

come già é

inventarsi il patimento

gli altri patimenti fan ridere

salutarli

con una rinnovata libertà

di far nulla

con il mondo ai tuoi piedi

senza nulla schiacciare

amare il ricordo senza nulla ricordare.


*il Vate inutile*

lunedì 5 maggio 2008

aforisma #487

Non a caso si dice "provare" per intendere la percezione e per intendere il tentare: si "prova qualcosa"; in qualche modo un'emozione è sempre un tentativo - del tutto smarrito - di sentimento.

mercoledì 30 aprile 2008

vita o morte: quale l'inconveniente? Passare per Leopardi con il pensiero a Cioran

Prendiamo un frammento della parte 24 delle Operette Morali del Leopardi:

DIALOGO DI TRISTANO E DI UN AMICO

Amico. Ho letto il vostro libro. Malinconico al vostro solito.
Tristano. Sì, al mio solito.
Amico. Malinconico, sconsolato, disperato; si vede che questa vita vi pare una gran brutta cosa.
Tristano. Che v'ho a dire? io aveva fitta in capo questa pazzia, che la vita umana fosse infelice.
Amico. Infelice sì forse. Ma pure alla fine . . .
Tristano. No no, anzi felicissima. Ora ho cambiata opinione. Ma quando scrissi cotesto libro, io aveva quella pazzia in capo, come vi dico. E n'era tanto persuaso, che tutt'altro mi sarei aspettato, fuorché sentirmi volgere in dubbio le osservazioni ch'io faceva in quel proposito, parendomi che la coscienza d'ogni lettore dovesse rendere prontissima testimonianza a ciascuna di esse. Solo immaginai che nascesse disputa dell'utilità o del danno di tali osservazioni, ma non mai della verità: anzi mi credetti che le mie voci lamentevoli, per essere i mali comuni, sarebbero ripetute in cuore da ognuno che le ascoltasse. E sentendo poi negarmi, non qualche proposizione particolare, ma il tutto, e dire che la vita non è infelice, e che se a me pareva tale, doveva essere effetto d'infermità, o d'altra miseria mia particolare, da prima rimasi attonito, sbalordito, immobile come un sasso, e per più giorni credetti di trovarmi in un altro mondo; poi, tornato in me stesso, mi sdegnai un poco; poi risi, e dissi: gli uomini sono in generale come i mariti. I mariti, se vogliono viver tranquilli, è necessario che credano le mogli fedeli, ciascuno la sua; e così fanno; anche quando la metà del mondo sa che il vero e tutt'altro. Chi vuole o dee vivere in un paese, conviene che lo creda uno dei migliori della terra abitabile; e lo crede tale. Gli uomini universalmente, volendo vivere, conviene che credano la vita bella e pregevole; e tale la credono; e si adirano contro chi pensa altrimenti. Perché in sostanza il genere umano crede sempre, non il vero, ma quello che è, o pare che sia, più a proposito suo. Il genere umano, che ha creduto e crederà tante scempiataggini, non crederà mai né di non saper nulla, né di non essere nulla, né di non aver nulla a sperare. Nessun filosofo che insegnasse l'una di queste tre cose, avrebbe fortuna né farebbe setta, specialmente nel popolo: perché, oltre che tutte tre sono poco a proposito di chi vuol vivere, le due prime offendono la superbia degli uomini, la terza, anzi ancora le altre due, vogliono coraggio e fortezza d'animo a essere credute. E gli uomini sono codardi, deboli, d'animo ignobile e angusto; docili sempre a sperar bene, perché sempre dediti a variare le opinioni del bene secondo che la necessità governa la loro vita; prontissimi a render l'arme, come dice il Petrarca (n.61), alla loro fortuna, prontissimi e risolutissimi a consolarsi di qualunque sventura, ad accettare qualunque compenso in cambio di ciò che loro è negato o di ciò che hanno perduto, ad accomodarsi con qualunque condizione a qualunque sorte più iniqua e più barbara, e quando sieno privati d'ogni cosa desiderabile, vivere di credenze false, così gagliarde e ferme, come se fossero le più vere o le più fondate del mondo. Io per me, come l'Europa meridionale ride dei mariti innamorati delle mogli infedeli, così rido del genere umano innamorato della vita; e giudico assai poco virile il voler lasciarsi ingannare e deludere come sciocchi, ed oltre ai mali che si soffrono, essere quasi lo scherno della natura e del destino.

E' proprio nella parola che chiude questo passaggio che risiede la chiave del problema. Il destino. Come può nascere un pensiero che veda la vita come un'inconveniente -capovolgendo così l'umano senso comune che vede nella morte tale momento - senza la nozione di un destino inteso come necessità originaria, come dispiegamento d'una struttura incontrovertibile ed incontrovertita - senza Dio? A riguardo lo stimolo è rivolto all'approfondire meglio l'intendimento leopardiano di Deus sive natura.
Oltre a ciò va però posta a problema l'intera umoralità (sottesa alla profonda consapevolezza) che il Leopardi conferisce a Tristano, il quale se la prende con l'umanità come "marito innamorato" e tradito:verrebbe da chiedersi quanto anche Tristano si senta, in fondo, tradito dall'uomo tradito. La posizione del Tristano, del filosofo consapevole - con il beneficio della metafora ma evitando sterili e nauseanti psicologismi - parrebbe proprio quella dell'amico, innamorato aspramente della vita e caldamente dell'amico che da essa viene tradito. La più grande infelicità è dunque quella nobile dell'amico, il più solitario amante del Tutto. Non c'è tedio, ma assedio, al cuore.

Per l'appunto stretto appare il legame amicale, a questo punto, con Cioran, il quale in un punto dice:

Noi non corriamo verso la morte, fuggiamo la catastrofe della nascita, ci affanniamo, superstiti che cercano di dimenticarla. La paura della morte è solo la proiezione nel futuro di una paura che risale al nostro primo istante. Ci ripugna, certo, considerare la nascita un flagello: non ci è stato forse inculcato che era il bene supremo, che il peggio era posto alla fine e non all'inizio della nostra traiettoria? Il male, il vero male, è però dietro, non davanti a noi.
(De l'inconvénient d'etre né, p.10)

Ma il passaggio che, unito a questo punto, raddoppia l'enigmaticità dell'argomento e dei due autori presi in esame, è il seguente :

Scuotere la gente, svegliarla dal suo sonno, pur sapendo di commettere in tal modo un crimine e che sarebbe mille volte meglio lasciarvela perseverare, poiché comunque, quando si sveglia, non si ha nulla da proporle...
(De l'inconveniént d'etre né, p. 178)

Ecco, dunque, l'essenza del turbamento amicale. Il nichilista elegante, per riprendere in mano un concetto più volte da me affrontato in passaggi precedenti, non può non tenerne conto in una forte tensione problematica. Un' autocoscienza del Nulla.

Simonfrancesco Di Rupo

martedì 29 aprile 2008

aforisma #486

Sempre più credo che la nostra esistenza sia imbrigliata nella necessità, nella totale mancanza di libertà - non un disegno, ma una macchia d'inchiostro che più in là non va.