venerdì 23 maggio 2008

un pensiero in autobus per Gunther Anders mentre guardo la gente all'uscita di un supermarket e ascolto i discorsi di due giovani atei inconsapevoli

Quest'antropocentrismo che vuole l'uomo e il suo dio cartaceo protagonisti della storia trova più spazio fra i suoi contestatori che fra i suoi promotori, oggi. Bizzarro.
Non vogliamo più dio perché altre nostre produzioni lo sostituiscono. Ovvero vogliamo sempre dio, magari con una scadenza più controllabile.

lunedì 19 maggio 2008

Cosa ho


Reti di nuvole sul mio anno
guadare con forza il fiume
fino all'ultimo schizzo d'acqua

dipingersi nell'ignoto

diventare l'ignoto

subire se stesso

come già é

inventarsi il patimento

gli altri patimenti fan ridere

salutarli

con una rinnovata libertà

di far nulla

con il mondo ai tuoi piedi

senza nulla schiacciare

amare il ricordo senza nulla ricordare.


*il Vate inutile*

lunedì 5 maggio 2008

aforisma #487

Non a caso si dice "provare" per intendere la percezione e per intendere il tentare: si "prova qualcosa"; in qualche modo un'emozione è sempre un tentativo - del tutto smarrito - di sentimento.

mercoledì 30 aprile 2008

vita o morte: quale l'inconveniente? Passare per Leopardi con il pensiero a Cioran

Prendiamo un frammento della parte 24 delle Operette Morali del Leopardi:

DIALOGO DI TRISTANO E DI UN AMICO

Amico. Ho letto il vostro libro. Malinconico al vostro solito.
Tristano. Sì, al mio solito.
Amico. Malinconico, sconsolato, disperato; si vede che questa vita vi pare una gran brutta cosa.
Tristano. Che v'ho a dire? io aveva fitta in capo questa pazzia, che la vita umana fosse infelice.
Amico. Infelice sì forse. Ma pure alla fine . . .
Tristano. No no, anzi felicissima. Ora ho cambiata opinione. Ma quando scrissi cotesto libro, io aveva quella pazzia in capo, come vi dico. E n'era tanto persuaso, che tutt'altro mi sarei aspettato, fuorché sentirmi volgere in dubbio le osservazioni ch'io faceva in quel proposito, parendomi che la coscienza d'ogni lettore dovesse rendere prontissima testimonianza a ciascuna di esse. Solo immaginai che nascesse disputa dell'utilità o del danno di tali osservazioni, ma non mai della verità: anzi mi credetti che le mie voci lamentevoli, per essere i mali comuni, sarebbero ripetute in cuore da ognuno che le ascoltasse. E sentendo poi negarmi, non qualche proposizione particolare, ma il tutto, e dire che la vita non è infelice, e che se a me pareva tale, doveva essere effetto d'infermità, o d'altra miseria mia particolare, da prima rimasi attonito, sbalordito, immobile come un sasso, e per più giorni credetti di trovarmi in un altro mondo; poi, tornato in me stesso, mi sdegnai un poco; poi risi, e dissi: gli uomini sono in generale come i mariti. I mariti, se vogliono viver tranquilli, è necessario che credano le mogli fedeli, ciascuno la sua; e così fanno; anche quando la metà del mondo sa che il vero e tutt'altro. Chi vuole o dee vivere in un paese, conviene che lo creda uno dei migliori della terra abitabile; e lo crede tale. Gli uomini universalmente, volendo vivere, conviene che credano la vita bella e pregevole; e tale la credono; e si adirano contro chi pensa altrimenti. Perché in sostanza il genere umano crede sempre, non il vero, ma quello che è, o pare che sia, più a proposito suo. Il genere umano, che ha creduto e crederà tante scempiataggini, non crederà mai né di non saper nulla, né di non essere nulla, né di non aver nulla a sperare. Nessun filosofo che insegnasse l'una di queste tre cose, avrebbe fortuna né farebbe setta, specialmente nel popolo: perché, oltre che tutte tre sono poco a proposito di chi vuol vivere, le due prime offendono la superbia degli uomini, la terza, anzi ancora le altre due, vogliono coraggio e fortezza d'animo a essere credute. E gli uomini sono codardi, deboli, d'animo ignobile e angusto; docili sempre a sperar bene, perché sempre dediti a variare le opinioni del bene secondo che la necessità governa la loro vita; prontissimi a render l'arme, come dice il Petrarca (n.61), alla loro fortuna, prontissimi e risolutissimi a consolarsi di qualunque sventura, ad accettare qualunque compenso in cambio di ciò che loro è negato o di ciò che hanno perduto, ad accomodarsi con qualunque condizione a qualunque sorte più iniqua e più barbara, e quando sieno privati d'ogni cosa desiderabile, vivere di credenze false, così gagliarde e ferme, come se fossero le più vere o le più fondate del mondo. Io per me, come l'Europa meridionale ride dei mariti innamorati delle mogli infedeli, così rido del genere umano innamorato della vita; e giudico assai poco virile il voler lasciarsi ingannare e deludere come sciocchi, ed oltre ai mali che si soffrono, essere quasi lo scherno della natura e del destino.

E' proprio nella parola che chiude questo passaggio che risiede la chiave del problema. Il destino. Come può nascere un pensiero che veda la vita come un'inconveniente -capovolgendo così l'umano senso comune che vede nella morte tale momento - senza la nozione di un destino inteso come necessità originaria, come dispiegamento d'una struttura incontrovertibile ed incontrovertita - senza Dio? A riguardo lo stimolo è rivolto all'approfondire meglio l'intendimento leopardiano di Deus sive natura.
Oltre a ciò va però posta a problema l'intera umoralità (sottesa alla profonda consapevolezza) che il Leopardi conferisce a Tristano, il quale se la prende con l'umanità come "marito innamorato" e tradito:verrebbe da chiedersi quanto anche Tristano si senta, in fondo, tradito dall'uomo tradito. La posizione del Tristano, del filosofo consapevole - con il beneficio della metafora ma evitando sterili e nauseanti psicologismi - parrebbe proprio quella dell'amico, innamorato aspramente della vita e caldamente dell'amico che da essa viene tradito. La più grande infelicità è dunque quella nobile dell'amico, il più solitario amante del Tutto. Non c'è tedio, ma assedio, al cuore.

Per l'appunto stretto appare il legame amicale, a questo punto, con Cioran, il quale in un punto dice:

Noi non corriamo verso la morte, fuggiamo la catastrofe della nascita, ci affanniamo, superstiti che cercano di dimenticarla. La paura della morte è solo la proiezione nel futuro di una paura che risale al nostro primo istante. Ci ripugna, certo, considerare la nascita un flagello: non ci è stato forse inculcato che era il bene supremo, che il peggio era posto alla fine e non all'inizio della nostra traiettoria? Il male, il vero male, è però dietro, non davanti a noi.
(De l'inconvénient d'etre né, p.10)

Ma il passaggio che, unito a questo punto, raddoppia l'enigmaticità dell'argomento e dei due autori presi in esame, è il seguente :

Scuotere la gente, svegliarla dal suo sonno, pur sapendo di commettere in tal modo un crimine e che sarebbe mille volte meglio lasciarvela perseverare, poiché comunque, quando si sveglia, non si ha nulla da proporle...
(De l'inconveniént d'etre né, p. 178)

Ecco, dunque, l'essenza del turbamento amicale. Il nichilista elegante, per riprendere in mano un concetto più volte da me affrontato in passaggi precedenti, non può non tenerne conto in una forte tensione problematica. Un' autocoscienza del Nulla.

Simonfrancesco Di Rupo

martedì 29 aprile 2008

aforisma #486

Sempre più credo che la nostra esistenza sia imbrigliata nella necessità, nella totale mancanza di libertà - non un disegno, ma una macchia d'inchiostro che più in là non va.

sabato 26 aprile 2008

Raccontacene un'altra, zio Monsignor Giovanni della Casa, uomo di fede e ragione del 500

"Lo invitare a bere (la qual usanza, sì come non nostra, noi nominiamo con vocabolo forestiero, cioè "far brindisi") è verso di sé biasimevole e nelle nostre contrade non è ancora venuto in uso, sì che egli non si dèe fare; e, se altri invitarà te, potrai agevolmente non accettar lo 'nvito e dire che tu ti arrendi per vinto, ringratiandolo, o pure assaggiando il vino per cortesia, sanza altramente bere. E quantunque questo "brindisi", secondo che io ho sentito affermare a più letterati uomini, sia antica usanza stata nelle parti di Grecia, e come che essi lodino molto un buon uomo di quel tempo che ebbe nome Socrate, per ciò che egli durò a bere tutta una notte quanto la fu lunga a gara con un altro buon uomo che si faceva chiamare Aristofane, e la mattina vegnente in su l'alba fece una sottil misura per geometria, che nulla errò, sì che ben mostrava che 'l vino non gli avea fatto noia; e tutto che affermino oltre a ciò che, così come lo arrischiarsi spesse volte ne' pericoli della morte fa l'uomo franco e sicuro, così lo avezzarsi a' pericoli della scostumatezza rende altrui temperato e costumato, e, perciò che il bere del vino a quel modo, per gara, abondevolmente e soverchio è gran battaglia alle forze del bevitore, vogliono che ciò si faccia per una cotal pruova della nostra fermezza e per avezzarci a resistere alle forti tentationi e a vincerle: ciò non ostante a me pare il contrario et istimo che le loro ragioni sieno assai frivole"

Monsignor Giovanni della Casa,1551(forse)

Non c'è libro più spassoso e orribile al contempo del "Galateo de' costumi".
Quanto mi diverte immaginare il povero Giovanni tutto contrito a dirsi cose tipo :

"sto sbucciando la patata con la mano destra- partendo dalla parte di buccia più matura-però la gamba sinistra non poggia a terra-la veste s'attorciglia al livello dell'anca-le sopracciglia non attendono al meridiano di Greenwich " etc. etc.


Ma pensiamolo, il poveretto, questo romantico orologiaio del bon ton a dosi ingestibili, catapultato nella nostra epoca: il primo copriwater abbassato dalla moglie gli varrebbe ben bene il più schietto degli infarti.

pausa thé delle 17.01 con L'Inno alla Gioia di Schiller e il "buon senso" di Holbach

Prendere questa parte che si è ritenuta più densa e farne l'uso che se ne vuole:

Freude trinken alle WesenAn den Brüsten der Natur;
Alle Guten, alle BösenFolgen ihrer Rosenspur.
Küsse gab sie uns und Reben,Einen Freund, geprüft im Tod;
Wollust ward dem Wurm gegeben,Und der Cherub steht vor Gott!
Froh, wie seine Sonnen fliegenDurch des Himmels prächt'gen Plan,Laufet, Brüder, eure Bahn,Freudig, wie ein Held zum Siegen.
Seid umschlungen, Millionen.Diesen Kuß der ganzen Welt!Brüder!
Über'm SternenzeltMuß ein lieber Vater wohnen.Ihr stürzt nieder, Millionen?
Ahnest du den Schöpfer, Welt?Such'ihn über'm Sternenzelt!Über Sternen muß er wohnen.


ovvero:

Gioia al sen dell'Universo
Posson tutti i vivi aver,
Vanno il buono ed il perverso
Pel fiorito suo sentier.
Ebbe ognun fino alla morte
Vino, amore ed un fido cuor;
Vollut'a fu al verme in sorte,L'angel gode in te, Sinor.
Van gioiosi nella gloriaMondi, Luce e vita a dar,
Ite, figli ad esultar
Come prodi in gran vittoria!
Siate avvinti, o millioni,Nella gran fraternit'a!
Figli! Sommo un padre sta Sopra gli astri e sopra i tuoni.
Vi prostrate, millioni?
Senti Iddio, mondo, tu?
Volgi il guardo sopra gli astri,Sopra gli astri sue regioni.


La curiosità sta nell'immaginare la reazione di Holbach agli ultimi due versi.
Ecco di seguito un passo tratto dal "buon senso"

11 • Con la religione, dei ciarlatani sfruttano l'insensatezza degli uomini

Colui che, fin dall'infanzia, ha preso l'abitudine di tremare ogni volta che sente pronunziare certe parole, ha bisogno di quelle parole e ha bisogno di tremare: per ciò stesso egli è più incline a dare ascolto a chi alimenta i suoi timori, che a chi tenta di rassicurarlo. Il superstizioso vuole aver paura, la sua immaginazione lo richiede; si direbbe che nulla teme quanto di non aver nulla da temere.
Gli uomini sono dei malati immaginari: dei ciarlatani bramosi di approfittarne si dànno da fare per mantenerli nella loro insensatezza, in modo da lucrare la ricompensa delle loro cure. Ai medici che ordinano un gran numero di medicine si dà molto più ascolto che a quelli che raccomandano un buon regime di vita, o che lasciano agire la natura.

12 • La religione seduce l'ignoranza suscitando la meraviglia

Se la religione fosse chiara, avrebbe molto meno attrattiva per gli ignoranti. Essi hanno bisogno di oscurità, di misteri, di terrori, di favole, di prodigi, di cose incredibili che li facciano sempre lavorare di fantasia. I romanzi, le leggende tenebrose, i racconti di fantasmi e di stregoni esercitano sulle menti del volgo ben più fascino che le storie vere.



Che gioia, per l'appunto, fare le presentazioni ai filosofi, farli parlare e innervosire con il solo privilegio della fantasia!
Divertissement da quattro soldi, lo so - ma anche il filosofo più cupo prende il thé alle 17.01 -